Se Roma sgombera, Ostia accoglie

Se Roma sgombera, Ostia accoglie

Il sole splende su Ostia.
Il mare luccica; sembra un gioiello prezioso.

Non c’è tempo per il razzismo.
Non c’è tempo per l’odio.

Abbiamo cose più belle da fare.
Un tuffo, una partita a basket oppure gustare un bel panino.

Abbiamo cose più nobili da fare, per esempio ridere.
Amare.
Raccontare le nostre storie.
Parlare delle nostre vite, delle case abbandonate per fuggire.

Abbiamo cose più serie da fare: ricucire le ferite.
Fare pace col mare perché oggi non è la tomba di nessuno.
Ritrovare il senso dell’umanità.
Accogliere.
Stringere una mano.
Cacciare la paura.
Sputare contro la diffidenza.

Abbiamo cose più difficili da fare.
Costruire un baluardo per difenderci dal razzismo.
Per ricordarci di rimanere umani.

“Benvenuti gli immigrati,
Benvenuti i rifugiati,
Benvenuti!”

Se Roma sgombera, Ostia accoglie.

 

Giulia Morici

Siria: un calcio alla disumanità

Sono arrivato a Damasco e la prima cosa che ho notato è stato il buio.
Nessun lampione nelle strade, che poi le strade nemmeno esistevano più.

Erano le 2 di notte quando sono arrivato e credo che sia stata la notte più buia che abbia mai visto in vita mia. Nemmeno le stelle splendevano, il fumo oscurava tutto.
Anche se niente bruciava e non c’ erano incendi era sempre pieno di fumo, l’aria era bruciata. Sapeva di guerra.

Alle prime luci ho incontrato Georges, 57 anni, Siriano. Lui lavora in Libano nel suo negozio di falafel e patate, fa avanti e indietro per portare da mangiare.
Mi ha fatto fare un giro e insieme abbiamo individuato subito una spazio che una volta era il cortile di una scuola primaria. La scuola non esisteva più, era stata distrutta e le  macerie erano sparse ovunque.

Subito tanti bambini e bambine si sono avvicinati incuriositi, poi mamme e anziani. Ho iniziato legando dei pali e piantandoli nel suolo, una pulita allo spazio ed ecco qui il nostro campetto, con un po’ d’ immaginazione poteva sembrare uno stadio vero.

Tutti guardavano incuriositi e in poco tempo le persone e bambini aumentavano. Guardavano un bianco capellone fare cose strane, non capivano.
Poi ho tirato fuori dei palloni, ne ho preso uno e ho iniziato a palleggiare, ho fatto un tiro e ho mandato la palla lontanissimo, una svirgolata epica che però ha rotto il ghiaccio e ha creato il primo approccio. Tutti i bambini si sono precipitati sul pallone per andarlo a prendere e da lì è iniziato tutto. Ho distribuito palloni in giro e tutti ridevano, poi ho fatto vedere le divise da gioco è tutto ha preso piede.

La giornata di calcio era iniziata, si è creato una sorta di torneo senza torneo, nel senso che a turno giocavano tutti, il campo era piccolo ma ad un certo punto erano 20 contro 20 a giocare, anziani, donne e bambini tutti insieme.

Intorno a noi militari, gente armata e carri armati giravano di continuano, ci osservavano senza dire nulla. Mi hanno perquisito più di 20 volte al giorno, mi tenevano sotto stretta osservazione.

La paura era reale ma la forza era inarrestabile.

Georges mi ha detto subito che non vedeva così tanti sorrisi, qui in Siria, da almeno 5 anni. Era commosso. Molte persone nonostante vivessero tutto insieme nello stesso campo da anni, si presentavano per la prima volta. Tutto grazie ad un pallone.

Il silenzio, la solitudine e la sofferenza avevano avvolto le loro vite per tanto tempo. Il calcio e l’ incontro li aveva uniti.

Ogni tanto si sentivano degli spari e dei rumori molto forti, i militari ogni giorno facevano delle esercitazioni, tutti erano abituati ma io no. Era difficile.

Intorno a noi era pieno di legnetti che uscivano fuori dalla terra, chiesi a georges che cosa significavano. Erano tombe, centinaia e centinaia di tombe senza nome.

Ricordo che appena l’ho saputo sono stato almeno un’ ora senza dire nemmeno una parola. Lì ho subito notato la mancanza evidente di ragazzi, nessuno tra i 15 ed i 35 anni.
Erano tutti morti o in guerra a combattere.

In apparenza ero felice, mi facevo vedere sempre con il sorriso da tutti quanti ma dentro avevo solo voglia di urlare. La morte era ovunque.

Le persone intanto continuavano ad aumentare e si continuava a giocare, chi faceva un torello, chi palleggiava, chi era in campo a giocare e chi rideva guardando i numerosi lisci che si facevano.
Molte persone mi hanno abbracciato e stretto la mano, mi vergognavo tanto perché mi sentivo un po’ ridicolo. Solo la sera ho capito l’ importanza di quelle risate che coprivano gli spari dei militari che si esercitavano a qualche metro di distanza.

I giorni successivi continuavano sulla celebrazione del gioco e dell incontro, Ad ogni gol tutti esultavano e festeggiavano.

Dei giorni di svago prima di ripartire per qualcuno. Ripartire alla ricerca dei propri familiari e persone vicine scompare. Forse morte.

Potevo sentire dentro di me la sofferenza e la paura dell’ incertezza di vivere negli sguardi di chi osservavo.
Quella sofferenza e felicità che ho condiviso in qualche modo mi ha cambiato.

Non sono più io, o perlomeno l’ io con cui sono partito.
Vedere quella città distrutta che si può solo immaginare o guardare nei film mi ha spaventato perché mi ha mostrato una parte di disumanità che purtroppo esiste anche qui nella realtà. Non solo nei film.

Il torneo è stato un successo ed io ho fatto una delle esperienze di crescita e formazione più importanti della mia vita.

Tornerò presto in Siria per creare nuovi spazi di dialogo e incontro. Con nuovi palloni e sorrisi.

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Questo è quanto ha vissuto Diego, un volontario della nostra associazione, dopo aver deciso di andare in Siria per dare qualcosa anche lui; qualcosa che per noi è scontato, la spensieratezza di un momento di gioco comune, talmente scontato che è difficile immaginare quanto possa contare invece in un’atmosfera opprimente come questa.

Diego ha potuto constatarlo con i suoi occhi. Lì dove la guerra divide, qualcosa del genere può riuscire ad unire. Speriamo in tante altre iniziative come queste. Speriamo di rimanere umani.

‘Non sai quanto mi manca’

“Non sai quanto mi manca”

Arturo è seduto. Un pezzo di cartone lo isola dal marmo freddo.
Lì c’è un viavai incessante di gente; è proprio il centro della città.
Tiene in mano un libro, dice che la storia è un po’ pesante ma, forse, lo è meno della solitudine.
Si toglie gli occhiali e comincia a parlare.
Ripete quella storia da anni, forse è reale o forse si è convinto che lo sia.

Poi, ne racconta una vera. Quella che fa ancora male.
“Non sai quanto mi manca” dice.
“Mi cucinava cose buonissime” dice.

Una vita insieme. Ma lei non c’è più da dieci anni: “Non sai quanto mi manca”, ripete.
Ora c’è quel libro, quel marmo e, quando cala la notte, un po’ di coperte e cartoni.
Non c’è più lei, dopo quarant’anni passati insieme. Dopo una vita trascorsa l’uno accanto all’altra.

Ora c’è la strada.
Ci sono i ricordi e i rimorsi: “Se si fosse curata in tempo”.
Ora c’è quella storia – forse inventata o forse vera – a tenergli compagnia.

Giulia

Lettera a un fascista

Lettera a un fascista

«Il foglio bianco è violento. Violento come una bandiera, una voragine di fuoco», scriveva Alda Merini in una sua poesia, e non ho ben chiaro il perché io stia prendendo le sue parole in prestito per comporre questa lettera.

Forse, per l’imbarazzo di non saper come iniziare, per non aver chiaro in testa cosa dire; sento solo il bisogno di scriverti e i dubbi di cui ti ho appena parlato rendono violento questo foglio bianco, caro fascista. Violento come un pugno. Violento come l’impossibilità di dialogare, di ascoltarsi. Violento come l’assenza di rispetto. Violento come le spedizioni punitive a cui prendi parte. Violento come l’indifferenza della gente. Violento come l’incapacità di difendere e proteggere le persone dalle tue vigliaccherie.

Forse stai ridendo. Forse mi stai deridendo, ma non importa: fa parte del gioco. Un gioco. Il tuo gioco: incrinare costole, squarciare gomme, distruggere spazi pubblici in cui nascono idee che sarebbero in grado di metterti a tacere in pochi secondi. Ma tu, caro fascista, agisci nella notte, di nascosto, quando nessuno ti vede.

Tu hai paura del confronto perché non hai armi per difenderti da chi sarebbe disposto a dialogare con te. Non mi dilungherò, perché so che avresti difficoltà ad arrivare alla fine di questa lettera. Voglio solo dirti di allargare i tuoi orizzonti: sii coraggioso. Non agire nella notte: è troppo comodo e semplice. Non compiere spedizioni punitive contro la singola persona: quello che ti disturba è un’idea, e dietro un’idea ci sono tante persone che non hanno paura di te.

Giulia, Franco, Jessica, Jacopo, Diego, Alessandro, Erica, Matteo,  Giulia, Elisa, Elisa, Alessandro, Marco, Kadija, Cecilia, Viola,  Marcello, Danilo, Margherita

Ostia degli sgomberi

Cercavate la droga ma avete trovato persone: donne, uomini, bambini e bambine. Cercavate, forse, un altro pretesto per rendere “cosa buona e giusta” il provvedimento di sgombero che pende sul centro socio abitativo dell’ex Colonia Vittorio Emanuele di Ostia. Se fosse così, questa volta, non tutto è andato come previsto. A pensarci bene, la notizia non ha fatto nemmeno il giro dei giornali. Immaginate un titolo del genere:”Blitz al Vittorio Emanuele: niente droga né criminali“. No, non sarebbe di certo stato in grado di soddisfare il pubblico di lettori né tanto meno gli interessi di chi vuole la chiusura del centro.

Non è forse una comodità far credere che in un edificio vi sia un covo di criminali per legittimarne lo sgombero? Un’ottima strategia, quest’ultima, per creare diffidenza, per alzare muri che dividono la società in cittadini “legali” e quelli “illegali” che occupano una struttura dove, un tempo, hanno ricevuto il “permesso” di alloggiare. Così si continua a sputare addosso alla povertà e a calpestare i diritti di coloro che vivono in una situazione di disagio economico.

Sembra proprio una bella partita a scacchi. Le vite delle persone, però, non hanno la stessa consistenza delle pedine mosse da chi è seduto intorno al tavolo per giocare la propria partita. Le vite delle persone sono fatte di storie, emozioni, sentimenti, fragilità, bisogni e diritti: con questo non si gioca.

Sono solo

La solitudine uccide, lentamente

«Sono stufo»

«Di cosa

«Di tutto. Sono solo»

A. è seduto a un tavolino di una pizzeria. Con lui: una bottiglietta d’acqua, un piccolo vassoio per la pizza e le sue stampelle che lo aiutano a sorreggersi. Intorno a lui: la città, una piazza gremita di persone che camminano, avanti e indietro. Gente che sorride, che dialoga.

Siamo tanti in quella piazza, eppure A. è solo, con le sue stampelle, la sua pizza, la bottiglietta d’acqua e un televisore che, in lontananza, trasmette il notiziario della sera. Quante persone sono passate vicino al tavolino dove è seduto A.? due in un secondo? venti in un minuto? cento in un’ora? Quante, invece, lo hanno ignorato in tutta la sua vita, passandogli accanto? Quanti occhi gli si sono poggiati addosso? e quanti, invece, lo hanno evitato?

Evitare: di conoscere, di guardare, di comprendere, di proteggere, di farsi carico di una solitudine che condanna all’emarginazione. Una solitudine che uccide. Così, quel notiziario che stanno trasmettendo in televisione diviene un filo sottile che ti fa fare capolino dal vuoto di solitudine in cui sei sprofondato. Un filo sottile che ti fa domandare: “Cosa sta accadendo nel mondo?”.

Intanto le persone passano e ignorano. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici” – prendendo in prestito le parole di Primo Levi – non dimenticate che, proprio nel momento in cui voltate la testa per evitare di guardare, la solitudine continua a uccidere,  lentamente.

‘Luoghi di speranza, Testimoni di Bellezza’

21 marzo:  Una vecchia storia, una nuova giornata.

Il pontile, il mare, la piazza gremita. 

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Sembra una mattina come tante nelle belle giornate di Ostia. Ma questa soleggiata giornata, insieme alla primavera, porta con sé un’altra novità: per la prima volta, quest’anno, il 21 marzo è stato istituzionalizzato come “Giornata della Memoria e dell’Impegno in onore delle vittime delle mafie”.
Siamo nella stagione della giovinezza, della vita, della bellezza; e sono stati proprio questi i tre ingredienti principali dell’evento, quelli che meglio indicano la sua essenza, non a caso messi in luce più volte nel discorso tenuto da Don Ciotti. Partiamo dunque dal primo di essi: i giovani.

L'immagine può contenere: 2 personeUn fiume di giovani, dai bambini delle scuole elementari agli ultraventenni, si è riversato per le strade di Ostia, in un colorato corteo che si snodava dalla stazione Lido Centro, passando per via Fasan, luogo di arresti e omicidi, per poi chiudere a ferro di cavallo verso il pontile. A vederli così, allegri e festosi, brandendo nientemeno che striscioni e palloncini, non hanno certo l’apparenza di nuove leve pronte a combattere la criminalità organizzata: la parola “mafia” richiama il silenzio, il grigiore, la solitudine, l’abbandono, il vuoto, la morte. Ma questa è la mafia, appunto.”Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Noi, prima ancora che giovani desiderosi di combatterla, quantomeno di contrastarla, vogliamo essere, siamo Altro da essa. Ecco dunque quello che siamo: voci, colore, unità, viva presenza, ricchezza di valori: VITA”.

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Questo voleva affermare il corteo: Ostia, unico municipio di Roma sciolto per mafia, non le appartiene, perché è di chi vuole vederla rinascere. Il fiumiciattolo si apre e allaga Piazza dei Ravennati, sparpagliandosi tutt’intorno al palco. Alcuni siedono a terra; altri vanno ad allestire i banchetti delle rispettive associazioni, come noi volontari dell’Alternativa onlus. Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Alle 11:00 inizia la conferenza: vengono letti i nomi delle vittime di mafia. È il momento della memoria. Vengono ricordate le persone sacrificatesi per la nostra dignità, semi gettati nel freddo per darci nuova vita. La crucialità del ricordo, che potrebbe essere quasi data per scontata, è realmente vissuta, testimoniata dal dolore di chi quei nomi li aveva scelti per la prima volta. La giornata della memoria e dell’impegno, infatti, è nata a Palermo alcuni anni fa: venivano ricordati i magistrati uccisi dalla mafia; accanto a Don Ciotti c’era la madre di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Falcone, che piangeva disperata, e prendendogli la mano chiedeva:
ma perché non dicono il nome di mio figlio?
Ricordare non significa solo tributare la dovuta riconoscenza a chi ha donato sé stesso, il nome che gli era stato dato per stare in società, alla società stessa. Significa anche, riportando le parole di Don Ciotti, “avere il coraggio di far diventare la sofferenza degli altri la propria sofferenza”, come nel caso del dolore della madre di Montinaro.
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Alle 12:00, poi, è seguito il collegamento con la piazza di Locri, in Calabria, sede della manifestazione principale. Il filo della memoria ha allora unito 4000 luoghi sparsi in tutta Italia, tessendo una rete di Bellezza. Don Ciotti ha preso la parola. La sua voce squillante ha immediatamente riempito tutte le piazze della celebrazione; con piglio secco e deciso, con un fare che anche nei discorsi sembra lasciare poco spazio alla retorica e molto all’azione, ha pronunciato in discorso fatto poco di parole e molto di idee, significati, proponimenti, ribadendo subito cosa non c’era e cosa ci doveva essere, ovvero:
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-Il 21 marzo è la giornata della memoria, ma anche, soprattutto, dell’impegno: coloro che hanno combattuto apertamente la mafia o quelli le cui vite sono state stravolte non sono morti per essere ricordati con lapidi, targhe o discorsi d’occasione, ma “per un sogno di democrazia che sta a tutti noi realizzare. A volte lapidi e targhe servono più a chi le fa. Solo se mettiamo i nomi nella nostra coscienza hanno un senso, un significato”.
-è importante avere occhi per
cogliere la bellezza: bellezza di un territorio come quello della Locride, fatto di cielo e di mare, bellezza delle iniziative che nascono in questa terra come in molte altre; ma anche
“occhi lucidi per leggere le fragilità, le disuguaglianze, la fatica e la sofferenza di tante persone”.
Prima di combattere le mafie bisogna combattere la criminalità politica ed economica che, strutturalmente, favoriscono la criminalità organizzata: la mafia non è l’antistato, è legata a questo sistema imprenditoriale e a questo modello di società. La sfida deve essere culturale. Deve essere soddisfatto il bisogno di giustizia sociale prima che di legalità. Quest’ultima deve essere il mezzo per raggiungere la prima. L'immagine può contenere: 4 persone
Dopo aver espresso, inoltre, tutta la gioia nel vedere riconosciuta questa giornata dalla nostra Repubblica, ha ribadito la necessità e la volontà che passi in fretta un pacchetto di proposte per facilitare la confisca dei beni mafiosi, e che sia approvato un nuovo codice antimafia. Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Giunta a conclusione la mattinata dedicata al momento della memoria, si sono svolti nel pomeriggio vari seminari per discutere tra le varie realtà associative del nostro territorio sulle necessità di azione concreta, iniziando o anche proseguendo percorsi di conoscenza e collaborazioni che permettano fattivamente di passare al momento dell’impegno. Anche questa è stata, tra l’altro, un’occasione per poter godere della bellezza di tante persone che, nel racconto delle loro esperienze di volontariato, ci hanno mostrato come a volte bastino davvero azioni di poco peso, anche insignificanti, per iniziare a far germogliare possibili alternative a condizioni di miseria e degrado laddove queste sembrano asservire totalmente le vite e la mentalità delle persone senza lasciare loro possibilità di scelta. Tra le tante, ricordiamo quella di una volontaria della Scuola della Pace, che ha fatto sì che un bambino convinto di voler essere un capomafia, per guadagnarsi il rispetto facendo “il bene della gente”, potesse diventare un adulto consapevole e fiero di schierarsi contro la mafia.
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Per noi dell’Alternativa onlus, questa del 21 marzo è stata una tappa fondamentale del nostro percorso, sia perché ha donato nuovo vigore alla nostra attività di volontariato, attraverso una profusione di sentimenti di comunione, gratitudine e speranza per una società migliore; ma anche perché l’entrare nuovamente in contatto con tanti giovani, associazioni, iniziative ci ha permesso di rispecchiarci in loro, ritrovando le nostre orme nella traccia di molteplici vie di quello che, a guardare bene, è un unico cammino verso una Ostia più solidale, più equa e più giusta.

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L’Altro fumetto. Il 18 marzo di Ostia

Il 18 marzo, a Ostia, c’è stata ‘na bella giornata de sport. Dopo aver pulito il parco Willy Ferrero, lo abbiamo inondato con allegria, sport di tutti i tipi, solidarietà, rispetto e giustizia sociale. Dobbiamo cogliere la bellezza, ricercarla e portarla alla luce in quei luoghi dove è tenuta in ombra.

Il senso di una giornata racchiuso nell’illustrazione della nostra rubrica L’Altro fumetto, realizzata da Viola Margaglio.

LALTROFUMETTO (1)

Ostia, giù le mani dalle persone

Il Centro di accoglienza ‘Gabriele Castiglion’ chiuderà e il centro socio abitativo dell’ex Colonia Vittorio Emanuele sarà sgomberato

 C’è una struttura al civico 176 del Lungomare Paolo Toscanelli di Ostia, nel X Municipio di Roma, che ogni giorno offre un’alternativa al digiuno e all’esistenza in strada per coloro che non possono permettersi una vita come siamo soliti immaginarla: una casa, un lavoro, un pasto caldo, una famiglia. Quella struttura al civico 176 è il Centro di accoglienza Gabriele Castiglion. Un edificio che è divenuto punto di riferimento, ma anche alternativa alla morte nei mesi invernali in cui l’amministrazione comunale ha dichiarato l’emergenza freddo e si è impegnata a gestirla nel peggiore dei modi. Ora, il centro d’accoglienza chiuderà e il servizio mensa della Caritas di Ostia non potrà più servire oltre duecento pasti giornalieri; al suo posto saranno collocati degli uffici pubblici. Stessa sorte per il centro socio abitativo che, insieme alla Caritas, è ospitato nell’ex colonia Vittorio Emanuele.

Dato che, secondo la logica, a ogni azione corrisponde una conseguenza, vi riassumiamo in breve cosa comporteranno i provvedimenti di chiusura e di sgombero: persone buttate in strada e più di duecento pasti non offerti a coloro che ne avrebbero avuto bisogno. Ad oggi, infatti, non esiste un piano di ricollocamento per gli ospiti delle strutture. È come dire a queste donne, uomini, bambini e bambine: «La povertà è cosa vostra. Tenetevela!». Ciò che emerge da questi provvedimenti è l’incapacità di analizzare le situazioni, di scendere nel particolare, di capire che dietro decisioni di chiusura o di sgombero vi sono degli esseri umani. Proprio quelle stesse persone che un tempo hanno ricevuto il permesso di abitare quei luoghi, di viverli, prima di diventare illegali.

Sebbene qualcuno insinui che l’ex colonia sia un covo di criminali e spacciatori, facciamo notare come la criminalità, nella maggior parte dei casi, è l’esito naturale di situazioni di criticità socio-occupazionali e del disinteresse da parte delle istituzioni. La povertà non è “cosa loro”; la povertà è affare pubblico. Inoltre, qualora si dovesse individuare una struttura che possa ospitare il centro d’accoglienza, quest’ultimo dove sarà collocato? In periferia? Ben celato agli occhi dei cittadini, secondo la logica “occhio non vede, cuore non duole”?

Noi condanniamo la decisione dello sgombero del centro socio abitativo e della chiusura del centro di accoglienza. Condanniamo, inoltre, ogni volontà di ricollocare quest’ultimo in un luogo nascosto; di conseguenza, ogni tentativo di ghettizzare la povertà e tutti coloro che si trovano in una condizione di disagio economico. Infine, ci domandiamo quale sarà la sorte dell’ex colonia Vittorio Emanuele: che progetti ci sono? L’unica certezza che abbiamo è la consapevolezza che Ostia non ha bisogno di casinò. Ostia non necessita di progetti imprenditoriali in grado di trasformarsi in invitanti “pietanze” per la mafia e per tutti coloro che non hanno come interesse la valorizzazione del territorio, e nemmeno il rispetto per le persone che vivono una condizione di disagio economico.

                                                                                                                            La nostra Voce Alternativa

Ostia e le vite sospese

Un ciclo di seminari per conoscere sotto molteplici aspetti il tema della detenzione

 

Sospesi tra la libertà e la detenzione, privati di un contatto con la società di cui un tempo erano parte e, spesso, privati anche dei propri diritti: stiamo parlando di donne e uomini in condizione di detenzione. Alcuni di questi stanno scontando la loro pena, molti sono in attesa di giudizio, mentre per altri è stato pronunciato il “fine pena mai”. Cosa sappiamo di questi uomini e donne che, reclusi tra i muri delle carceri, conducono una vita sospesa? O meglio: sappiamo abbastanza? Sono questi gli interrogativi che ci hanno portato a organizzare un ciclo di seminari – a partire dal mese di febbraio, con cadenza mensile –  in cui conoscere o approfondire la tematica della detenzione. Poiché se le barriere fisiche che dividono i detenuti e le detenute dalla società non si possono abbattere, c’è un urgente bisogno di far crollare quelle mentali.

Il primo dei sei incontri, organizzati dall’associazione L’Alternativa Onlus e il Movimento Nonviolento – Centro territoriale del Litorale romano –, è previsto per giovedì 9 febbraio, alle ore 19:00, presso il Centro Habitat Mediterraneo Lipu  di Ostia. Ad animare il primo appuntamento sarà l’intervento del Prof. Stefano Anastasia, Garante regionale dei diritti dei detenuti. Nel corso del seminario, il Prof. Anastasia dialogherà con Angelo Perfetti, giornalista e direttore de Ilfaroonline, e il filosofo Daniele Taurino. Al termine degli interventi è previsto un momento per il dibattito aperto tra gli ospiti: un occasione di confronto sulle importanti tematiche che verranno affrontate nel corso del seminario. Per partecipare agli incontri è necessaria la prenotazione chiamando il numero 3249096919, oppure scrivendo all’indirizzo e-mail nonviolenzaroma@gmail.com.

 

La Nostra Voce Alternativa

 

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