Siria: un calcio alla disumanità

Sono arrivato a Damasco e la prima cosa che ho notato è stato il buio.
Nessun lampione nelle strade, che poi le strade nemmeno esistevano più.

Erano le 2 di notte quando sono arrivato e credo che sia stata la notte più buia che abbia mai visto in vita mia. Nemmeno le stelle splendevano, il fumo oscurava tutto.
Anche se niente bruciava e non c’ erano incendi era sempre pieno di fumo, l’aria era bruciata. Sapeva di guerra.

Alle prime luci ho incontrato Georges, 57 anni, Siriano. Lui lavora in Libano nel suo negozio di falafel e patate, fa avanti e indietro per portare da mangiare.
Mi ha fatto fare un giro e insieme abbiamo individuato subito una spazio che una volta era il cortile di una scuola primaria. La scuola non esisteva più, era stata distrutta e le  macerie erano sparse ovunque.

Subito tanti bambini e bambine si sono avvicinati incuriositi, poi mamme e anziani. Ho iniziato legando dei pali e piantandoli nel suolo, una pulita allo spazio ed ecco qui il nostro campetto, con un po’ d’ immaginazione poteva sembrare uno stadio vero.

Tutti guardavano incuriositi e in poco tempo le persone e bambini aumentavano. Guardavano un bianco capellone fare cose strane, non capivano.
Poi ho tirato fuori dei palloni, ne ho preso uno e ho iniziato a palleggiare, ho fatto un tiro e ho mandato la palla lontanissimo, una svirgolata epica che però ha rotto il ghiaccio e ha creato il primo approccio. Tutti i bambini si sono precipitati sul pallone per andarlo a prendere e da lì è iniziato tutto. Ho distribuito palloni in giro e tutti ridevano, poi ho fatto vedere le divise da gioco è tutto ha preso piede.

La giornata di calcio era iniziata, si è creato una sorta di torneo senza torneo, nel senso che a turno giocavano tutti, il campo era piccolo ma ad un certo punto erano 20 contro 20 a giocare, anziani, donne e bambini tutti insieme.

Intorno a noi militari, gente armata e carri armati giravano di continuano, ci osservavano senza dire nulla. Mi hanno perquisito più di 20 volte al giorno, mi tenevano sotto stretta osservazione.

La paura era reale ma la forza era inarrestabile.

Georges mi ha detto subito che non vedeva così tanti sorrisi, qui in Siria, da almeno 5 anni. Era commosso. Molte persone nonostante vivessero tutto insieme nello stesso campo da anni, si presentavano per la prima volta. Tutto grazie ad un pallone.

Il silenzio, la solitudine e la sofferenza avevano avvolto le loro vite per tanto tempo. Il calcio e l’ incontro li aveva uniti.

Ogni tanto si sentivano degli spari e dei rumori molto forti, i militari ogni giorno facevano delle esercitazioni, tutti erano abituati ma io no. Era difficile.

Intorno a noi era pieno di legnetti che uscivano fuori dalla terra, chiesi a georges che cosa significavano. Erano tombe, centinaia e centinaia di tombe senza nome.

Ricordo che appena l’ho saputo sono stato almeno un’ ora senza dire nemmeno una parola. Lì ho subito notato la mancanza evidente di ragazzi, nessuno tra i 15 ed i 35 anni.
Erano tutti morti o in guerra a combattere.

In apparenza ero felice, mi facevo vedere sempre con il sorriso da tutti quanti ma dentro avevo solo voglia di urlare. La morte era ovunque.

Le persone intanto continuavano ad aumentare e si continuava a giocare, chi faceva un torello, chi palleggiava, chi era in campo a giocare e chi rideva guardando i numerosi lisci che si facevano.
Molte persone mi hanno abbracciato e stretto la mano, mi vergognavo tanto perché mi sentivo un po’ ridicolo. Solo la sera ho capito l’ importanza di quelle risate che coprivano gli spari dei militari che si esercitavano a qualche metro di distanza.

I giorni successivi continuavano sulla celebrazione del gioco e dell incontro, Ad ogni gol tutti esultavano e festeggiavano.

Dei giorni di svago prima di ripartire per qualcuno. Ripartire alla ricerca dei propri familiari e persone vicine scompare. Forse morte.

Potevo sentire dentro di me la sofferenza e la paura dell’ incertezza di vivere negli sguardi di chi osservavo.
Quella sofferenza e felicità che ho condiviso in qualche modo mi ha cambiato.

Non sono più io, o perlomeno l’ io con cui sono partito.
Vedere quella città distrutta che si può solo immaginare o guardare nei film mi ha spaventato perché mi ha mostrato una parte di disumanità che purtroppo esiste anche qui nella realtà. Non solo nei film.

Il torneo è stato un successo ed io ho fatto una delle esperienze di crescita e formazione più importanti della mia vita.

Tornerò presto in Siria per creare nuovi spazi di dialogo e incontro. Con nuovi palloni e sorrisi.

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Questo è quanto ha vissuto Diego, un volontario della nostra associazione, dopo aver deciso di andare in Siria per dare qualcosa anche lui; qualcosa che per noi è scontato, la spensieratezza di un momento di gioco comune, talmente scontato che è difficile immaginare quanto possa contare invece in un’atmosfera opprimente come questa.

Diego ha potuto constatarlo con i suoi occhi. Lì dove la guerra divide, qualcosa del genere può riuscire ad unire. Speriamo in tante altre iniziative come queste. Speriamo di rimanere umani.

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